Fotografia. Valore e significato.

Il valore della fotografia

La fotografia ci fa sentire al di la del tempo

C’è stato un tempo, prima di diventare grandi, in cui il ritmo della vita era scandito solo da momenti piacevoli.

Quando abitavo in Sicilia, e Milano era solo una città grigia e sconosciuta, la fotografia per me aveva un valore diverso. Non era legata al sostentamento ma al bisogno di ricordare i momenti, felici ma anche no, che stavo vivendo. Che stavo sentendo.

Ci sono certe sensazioni che non sono facili da ricordare a vita, vuoi perché sono troppo radicate in un territorio che hai lasciato, vuoi perché altre nuove le hanno scalzate prepotentemente. Solitamente quest’ultime non sono mai di grande valore come le prime.

Il profumo dell’impasto per la pizza fatta in casa, il caldo dei giorni estivi in cui si fa la salsa o il profumo di salsedine portato dalla brezza estiva mentre si gioca per strada con gli amici. Sono tutti ricordi forti ma allo stesso tempo facilmente rimpiazzabili dagli impegni aziendali, dagli appuntamenti a orario aperitivo o dalle scadenze progettuali. Purtroppo.

La fotografia serviva a questo.

Uno dei miei più grandi rimpianti, attuali, è quello di non aver mai avuto con me una macchina fotografica, nel periodo del liceo. In quegli anni avevo un gruppo di amici abbastanza eterogeneo e ricordo perfettamente di essermi divertito tantissimo, anche se non ricordo di preciso cosa ho fatto.

Ricordo la felicità ma non il motivo della felicità.

Per fortuna dopo il diploma ho iniziato a fotografare tutto.

Ho fatto tante scampagnate con amici e familiari ma quelle che ricordo con maggior affetto sono quelle di cui ho la documentazione fotografica.

La fotografia come fonte di infiniti errori

Sotto sotto la fotografia mi è sempre piaciuta. Ricordo la felicità che provavo quando, da piccolo, mio padre mi consegnava la reflex per scattare una foto a lui con mia madre. Facevo di tutto per essere degno di quella responsabilità.

Per anni poi ho sopito quella felicità. Ora perché i miei genitori volevano che seguissi anche io il percorso medico, ora perché pensavo che non fosse così importante.

Sono seguiti anni difficili per me: non sapevo che strata intraprendere e non avevo la più pallida idea di cosa sarei diventato.

Ho ripreso la macchina fotografica per gioco e ho compiuto tanti sbagli. Non solo fotografici.

Se potessi tornare indietro e rivolgermi alla mia testa di cazzo sedicenne gli darei due consigli: non iscriverti a medicina e stai lontano dai gruppi di fotografia di facebook.

Avrei risparmiato anni sia di università (in seguito mi sono iscritto all’accademia di fotografia) sia di fotografie inutili.

Come quasi tutti i ragazzi che si avvicinano al mondo della fotografia ho iniziato a fotografare ragazze.

Nude, vestite, nude, in costume, nude. In uno studio improvvisato o in giro per la città.

Pensavo di fare belle fotografie, che avessero valore. Sui gruppi di fotografia in cui le pubblicavo tutti dicevano che erano fotografie sensazionali e io ero felice.

Facevo fotografie identiche, spesso anche più brutte, di quelle fatte da altri “fotoamatori” ma tutti dicevano che erano belle, che io ero bravo.

Ero un cazzo di fotografo e me la tiravo per questo.

Quando guardi a lungo in un abisso, anche l’abisso ti guarda dentro

Mi sono fatto pagare per fare foto brutte, ho pagato “modelle” per fare foto bruttissime, ho comprato attrezzatura costosa e ho passato ore a vedere inutili tutorial su youtube.

Pensavo di fare del bene alla fotografia, con le mie foto, volevo essere un fotografo famoso e, per farlo, realizzavo fotografie kitsch e presuntuose.

Era diventata una passione tossica. Mi comportavo da tossico.

Per fortuna, dopo un periodo un po’ triste, mi sono fermato.

Ho smesso di rispondere alle agenzie che mi proponevano modelle da scattare, ho staccato le chiamate dei clienti che mi facevano sgobbare per giorni per una miseria , ho iniziato a cancellare dai social le psudo-modelle e ho provato a riappropriarmi della felicità della fotografia.

La fotografia è un contenitore vuoto

La fotografia come la intendono in molti è solo un contenitore vuoto.

Le ragazze svestite e truccate da puttane, anche se fotografate bene, non significano un cazzo. Non raccontano nulla e non trasmettono nulla, solo sangue nelle parti basse.

E’ solo masturbazione.

La vera fotografia non è l’immagine che pubblichiamo su internet.

La vera fotografia è la storia racchiusa nell’immagine.

La vera fotografia non solo ti racconta una storia ma te la racconta dal punto di vista del fotografo.

Se dovessi fare una analisi delle miei foto, direi che il filo conduttore è la paura. Ogni volta che fotografo qualcosa so già che non ritornerà più. E questo mi fa paura e mi rende malinconico.

Per questo la mia fotografia si concentrano sulla solitudine e sulla paura. Parlano di me.

Io sono solo ogni volta che scatto e ho paura. Paura che le persone giudichino negativamente il mio lavoro, paura che chi sto fotografando si offenda, paura di sbagliare.

Ho paura che i miei nonni muoiano, per questo li fotografo ogni volta che li vedo, ho paura che la città in cui sono nato sia diversa da come la ricordo, ho paura di essere fottuto da Milano. Per questo fotografo sempre.

La paura è un motore potentissimo.

La fotografia come rivelazione nel visibile di qualcosa invisibile

Non tutti i fotografi sono disposti ad ammettere perché fotografano. La risposta non piace neanche a loro. Molti fotografano soltanto per la figa. E’ lampante.

Il bisogno di vedere corpi nudi in atteggiamenti provocanti. Un po’ come vedere un porno ma con la possibilità di avere una via d’uscita.

Si perché la fotografia ti redime, purifica le tue perversioni e le trasforma in arte. Trasforma i pervertiti in artisti. E i fotografi se ne approfittano.

Sdogana qualsiasi perversione. La riveste con abiti nuovi, la confeziona e la rivende come bello. Un bello vuoto e fine a se stesso. In realtà non è neanche un vero bello. Il bello solitamente è qualcosa che ci attrae ma che contempliamo con distacco. Una fotografia bella non è tale per la sua estetica ma per la sua capacità di raccontare anche al di la dell’estetica.

La foto di una ragazza nuda sul letto non va oltre al soggetto. Non c’è redenzione in questo, non c’è un’uscita posteriore.

Non possiamo dire “volevo raccontare una storia”.

Non sono contro la normalizzazione del porno. La sessualità non deve essere un taboo e ognuno deve essere libero di viverla in maniera sana e senza paure.

La fotografia ha anche il dovere di esplorarla, così come hanno fatto per anni Ellen Von Unwerh, Araki, Ren Hang, Nan Goldin e tanti altri autori.

Se non capite dove sta la differenza tra loro e voi è meglio che lasciate perdere la fotografia.

Ogni volta che un autore esplora un territorio nuovo, poco conosciuto, e lo racconta, muore un pregiudizio e c’è una vittoria morale.

In questo caso il fotografo assume il ruolo di eroe e narratore. Vince una battaglia e la sua vittoria è il racconto stesso. La semplice fotografia scattata passa in secondo piano rispetto al messaggio.

I piani narrativi

E’ l’inversione dei piani a fottere la maggior parte dei fotografi.

Una fotografia ha due livelli di significato: Il livello superficiale  e il livello profondo.

Il livello superficiale è l’estetica stessa mentre il livello profondo è il messaggio che comunica. A ciascuno dei due livelli possiamo assegnare un significato: il significato profondo o primario e il significato superficiale o secondario. Spesso due o più foto possono avere il medesimo significato profondo ma diverso significato secondario. E viceversa.

In quasi tutte le fotografie di massa prodotte c’è una totale ignoranza della gestione dei piani comunicativi.

Tutti i fotografi identificano il livello superficiale con il significando profondo. Creano fotografie didascaliche e inutili che non coinvolgono neanche l’osservatore nella ricostruzione del messaggio.

I fotografi e l’ignoranza

I fotografi spesso appartengono a una categoria di persone meno intelligenti. Non sempre capiscono cosa sia una fotografia e quasi mai capiscono come sia fatta. Spesso più scattano e meno la capiscono.

Amano complicarsi la vita.

Ho visto persone allestire set fotografici importanti, chiamare a raccolta tante figure professionali per fare fotografie beauty con le foglie di insalata sul viso.

Il sottovalutare la fotografia, così come l’ignorarne la struttura, è dato forse anche dal fatto che il mondo della fotografia non è un insieme a somma zero. Per ognuno che entra in questo ambiente un altro non ne deve uscire.

C’è posto per tutti.

Fare fotografia è facile, scattarne molte lo è ancora di più. Se sei in gamba riesci pure a vivere di questo. Ma a che costo?

I fotografi stanno soffocando la fotografia. Stanno consumando l’ossigeno e la fiamma si sta spegnendo.

Io non piaccio alle persone, sopratutto ai colleghi. Lo so. I fotografi sono delle persone piene di odio e presunzione. Pensano sempre di essere nel giusto qualsiasi cosa fotografino e pensano sempre di poter fare meglio degli altri.

Il difficile in fotografia non è entrare nel gioco, per quello basta una reflex, ma rimanerci.

Come ci si rimane? Basta rispettare le regole.

 

 

 

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